ENOSIM: a Carloforte le anime erranti di Konarzewski
13 luglio 2016 | Blog di Enrico Pinna — Scatti di nervi | Sardiniapost

«L’uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando». Lo scrive Hubert Reeves, astrofisico, grande e vecchio saggio del mondo ambientalista. Che individua tre strade per preservare la vita, da percorrere contemporaneamente: “L’arte, la scienza e la compassione, ovvero la capacità dell’uomo di prendersi cura degli altri”. E se fosse proprio l’arte, con la sua capacità di vedere oltre, a salvare il pianeta? Forse non basta, ma può dare un contributo importante.

I bambini di una volta (quelli di oggi non so…) passavano ore con il naso in su. Il gioco era quello di scrutare le nuvole per trovare infinite forme fantasiose come la nuvola-pecora, la nuvola-cavallo, la nuvola-dalla-faccia-cattiva. Era un esercizio di visione e di astrazione niente male. Oggi fra le rocce e le spiagge dell’isola di San Pietro, la Enosim fenicia, non è raro vedere un uomo che scruta, col naso in giù, il terreno. Anche lui, con l’animo puro del bambino e lo sguardo visionario dell’artista, osserva il terreno alla ricerca di forme conosciute da fotografare. Le sue nuvole sono i prodotti dell’intelligenza dell’uomo, sbarcati sull’isola grazie alla sua stupidità. Sono i rifiuti di plastica spiaggiati, un esercito silenzioso, invincibile e indistruttibile portato a riva dalle tempeste dopo un lungo peregrinare. Sono bidoni di detersivo, frammenti di polistirolo corrosi dal mare, fogli di cellophane ingialliti dal sole in cui l’artista scopre volti ora inquietanti ora misteriosi.

Thierry Konarzewski è un artista che si divide Fra Parigi e Carloforte. Nato in Benin (Africa), ha trascorso i primi anni della sua vita in un villaggio sperduto nella boscaglia. Questa prima immersione naturale nell’animismo ha lasciato un’impronta profonda nel resto della sua carriera. La sua mostra ENOSIM,  che dopo essere stata a Parigi, Arles, Singapore e Bologna approda a Carloforte, da cui era simbolicamente partita, dove sarà al Club House Marinatour sino al 31 agosto 2016.

“Sono sempre stato attirato — scrive Konarzewski nel suo sito —  dagli oggetti logori e rovinati; subisco un vero fascino per le stigmate del tempo. Ed anche i rifiuti hanno una loro magìa particolare. I bidoni, questi oggetti quotidiani, privi di valore, trattati come tali dall’uomo, talvolta gettati senza neppure uno sguardo in mare, per incoscienza o pigrizia. Il loro vagabondare per i mari è un percorso iniziatico. Sballottati, impregnati di sale e di vento, incrostati di catrame, conchiglie e plancton, svuotati ed ammaccati, approdano infine sulle nostre coste, inerti, naufragati, sempre disprezzati. Degli Intoccabili. E tuttavia, hanno man mano subito una trasformazione. Sono diventati Entità Erranti, Guerriere, Marine”.

Per incontrare questo popolo di plastica dovrete fare il suo stesso percorso, attraversare il mare e approdare in quest’isola, emersa grazie a un Dio-vulcano generoso. Scoprirete anche voi quello che solo agli artisti più visionari è dato di vedere. Un distillato di purissima astrazione, una bellezza quasi ancestrale che emerge solo quando riesci a stabilire in contatto più profondo, ad andare “oltre” superando l’apparente banalità. “Ma — avverte l’autore —  I nostri rifiuti hanno un’anima, sono di una bellezza pericolosa. Essi sono il frutto dei nostri gesti, lo specchio della nostra civilizzazione e la nostra futura memoria poiché essi ci sopravvivranno”.

Come i topi il silenzioso esercito dei rifiuti si prepara a conquistare un pianeta minacciato dalla stupidità del suo più intelligente abitante. La mostra non è solo lo straordinario e visionario affresco dove si riflettono le fantasie e le suggestioni dell’artista ma anche un potente grido d’allarme. Konarzewski esemplifica, con le sue “anime erranti”, il contributo dell’arte al mondo auspicato da Hubert Reeves. Le sue inquietanti creature sono una fulminante metafora del provocatorio paradosso caro al grande vecchio: «Ciò che fino ad oggi ci ha salvato fin dall’origine della nostra specie, ovvero l’intelligenza, è ciò che oggi ci minaccia».

Konarzewski, il rabdomante che dà vita alle anime perse — Raffaella Venturi | L'Unione Sarda, 7 luglio 2016

“Ogni uomo uccide ciò che ama”, scrive Oscar Wilde. Quindi anche la natura, il paesaggio, le linee degli orizzonti. E l’equilibrio rotondo e materno dei massi, in cale esposte a venti e correnti. Tanti, troppi, uccidono l’ambiente in cui vivono, incuranti della progenie: “Tratta bene la Terra! Non è un’eredità dei nostri padri ma un prestito dei nostri figli”, dice la saggezza Masai, popolo che, sulla terra, passa leggero. Passa leggero sulle rocce di un’isola altera, già chiamata dai Fenici “Enosim”, anche un altro figlio dell’Africa, Thierry Konarzewski, nato in Benin, dove ha trascorso i primi anni della sua vita in un villaggio sperduto nella boscaglia, come si legge nella biografia del suo sito. Vive fra Parigi e Carloforte, dove pochi giorni fa è stata inaugurata una sua mostra, “Enosim”, appunto, sul molo del Marinatour (fino al 31 agosto).
Dell’Isola di San Pietro questo fotografo va mappando, da molti anni, un meticcio popolo che arriva da ogni parte del mondo. Un popolo inerte ma ammorbante. Lo stesso che nell’oceano Pacifico sta costituendo un continente di 2500 chilometri di diametro e 30 metri di spessore, il Pacific Trash Vortex. Viviamo, più o meno indifferenti, in ostaggio di questa nuova in-civiltà coloniale, che, nata per essere a nostro servizio, ci sta sommergendo, sta ammazzando il nostro ecosistema, vendicandosi della nostra hybris. Il popolo dei rifiuti di plastica si muove con le correnti e il vento, ma, prima ancora, muove dalle nostre mani: siamo noi a crearlo, usarlo e buttarlo. Ma nulla muore, di quelle cose. E a volte, molte volte, ritornano.
Thierry Konarzewski va in cerca di questi ritorni. Batte le cale di Carloforte più esposte alle mareggiate con una macchina fotografica senza cavalletto, per un rapporto immediato con gli oggetti che trova, poi traspone gli scatti su grande dimensione, senza neanche riquadrarli. A descriverlo così, parrebbe un lavoro basico, una catalogazione da Greenpeace. Invece la ricerca di questo artista-fotografo va molto oltre, è un atto critico e creativo, una missione per ridare vita, animare l’inanimato, portare i fantasmi dalla sua parte. Konarzewski, che da bambino ha assorbito dalla madre terra Africa la vertigine dell’animismo, diventa amico di quel “popolo di bidoni” e, con pietas e obiettivo, raccoglie i loro “sussurri e grida”. Plastiche inservibili, manici e buchi e tappi, parlano a lui solo, anche se, dopo aver visto il suo lavoro, tutti potremo fotografare visi, fare anche dei selfie, con le plastiche del nostro quotidiano (così come tutti potremmo fare un “quadrato nero su fondo bianco”, però l’ha fatto Malevich nel 1915 e quel quadro è una delle più importanti opere del 900). La ricerca di questo fotografo non è un divertissement: in quelle plastiche egli trova “umanità, nobiltà, collera”. E così, contemporaneo “monaco in riva al mare”, costruisce un inquietante epos della nostra civiltà, trasponendolo in ritratti che – qualità rara nell’arte contemporanea – sanno stupire. “Enosim”, che Carloforte ha il privilegio di esporre in una delle sue marine più belle, dopo che le stesse foto sono state in importanti mostre (Parigi, Arles, Singapore ed Arte Fiera Bologna, con Little Birds Gallery), è una dichiarazione fondamentale sul rapporto dell’uomo coi propri scarti. “I nostri rifiuti hanno un’anima, sono di una bellezza pericolosa. Ci sopravviveranno”, scrive l’autore. Un messaggio che va oltre il riconoscimento del volto umano - o divino, o di divinità, totem, maschere africane - nei resti che il mare restituisce e Konarzewski fotografa. Un messaggio sulla nostra Storia, perché, come scrive Barthes nel suo breviario sulla fotografia, “la Storia è isterica: essa prende forma solo se la si guarda e per guardarla bisogna esserne esclusi”. Ecco il “monaco in riva al mare”, il rabdomante di anime perse che gira in solitudine per cale e annota anche giorno e luoghi dei suoi incontri. Perché sono incontri fatati e fatali, che cambiano il nostro sguardo mentre trasformano la nostra madre terra.

Trait pour trait, portraits — Thierry Grillet | Exhibition ULYSSE EN ARLES, July 2015

Le travail de Thierry Konarzewski est une quête obsessionnelle du visage. A travers des matières, des choses, des environnements. Art du portrait, paysage ou nature morte. Les genres se fondent dans ce regard singulier qui traque partout la figure humaine. Hommes, âmes, hymne à l’humanité. Le photographe chante la face. A travers ses trois incarnations : « visus », « os », ou « vultum ». Trois mots latins qui distinguent,  chacun, une partie de ce mystère, et tentent de faire parler les signes. Car le visage est « visus » (passif du verbe « voir ») – ce qui est vu. Car qui peut voir notre visage ? Sinon l’autre qui nous voit. Le visage est « os » (qui a donné « oral ») – bouche, lieu origine de la parole et du cri. Voyez, entendez ces cris et chuchotements qui habitent les parois. Le visage est « vultum », mine, air de la face humaine, petit théâtre des expressions, miroir des états d’âmes et des passions qui font rage sous la peau. Fût-elle de pierre.  

En Arles, et sur les murs, le photographe a ainsi capté tous ces signes de la présence. Dans une frontalité qui redouble la face. Il faudrait pour être complet, ajouter, comme en ouverture de cette procession, la « tête » qui les résume, et qui, dans cette pierre-crâne, tête de mort dans pierre antique, donne à l’ensemble sa profondeur de « vanité »… 

Texte d'introduction à l'exposition ENOSIM, Espace Fondation EDF — Thierry Grillet | Dicember 2014

Voici l’histoire d’un homme qui a trouvé son île. Un Robinson, maître des regards et du rivage. Voyez le. Il patrouille dans cet entre-deux qui n’a pas de nom, entre la mer et la terre, dans cette bande littorale où s’échouent les bidons emportés par les courants. Ces vestiges de plastic s’accrochent aux rochers, se coincent dans les anfractuosités, se laissent polir par la houle. Dérisoires sentinelles posées au hasard, ils mélancolisent. Et l’œil qui survole le sable n’a de cesse de fixer dans ces clichés, les matières fatiguées de ces âmes trop longtemps errantes. "Sunt Lacrimae rerum", écrivait Virgile. C’est le pleur de ces choses que le photographe vient recueillir, dans ce dialogue des solitudes. 

Thierry Grillet, writer | Paris, March 2013

Some people scour the shores in search of beautiful stones. Thierry Konarzewski patrols around his island close to Sardinia looking for unexpected encounters. As a shaman or an anthropologist he comes across throngs of improbably strange beings, shaped by the waves and winds. They are the containers’ people, an immense tribe wandering on the seas at the mercy of currents. After a long voyage like the one of the ancient Polynesians they have ended on an old rock – Enosim- where no one lived until the 17th century. This crowd of plastics mould by salt has settled there. Among this industrial society vomit rejected on the sand the photographer has seen the ocean small spirits. Is it a weakness common to those who have left the mainland? In his days Victor Hugo exiled on Guernsey Island had drawn them. He had given these gods of little nothings the name of “aucriniens”.

Those are the same small monsters (in the etymologic sense : things out of the usual course of nature), creased by currents, tossed by waves, wrapped in seaweeds, that Thierry Konarzewski watches today hidden behind a pebble or embedded in the hollow of a rock. They live peacefully in San Pietro, their eyes focused on infinity. The shaman photographer visits them on the course of his long lonely walks. They have turned into friends. “So you’re still here?” says he to one of these crushed skulled warriors expecting his visit at a creek nook. Between familiarity and ritual on goes the dialogue with these containers which are as many masks of warriors’ faces, out of the Iliad or the Mandingo Empire. These Ulysses, wrecked on the strand, worn out by their long journey back, seem to be meditating. Which sort of thoughts obsesses them? Who can tell what these hollow figures have learned from their improbable epic? It is the mind moves that the photographer as a shaman flushes out in his pictures.
So who is this photographer? A shaman, an anthropologist or the priest of a new cult of rejects in which he gives to see shapes, ghosts or fantasies? Or is he a detective of this new age materialism who as an herbalist gathers plants, picks up, classifies and names containers in a vast directory of nonsense? Neurophysiology progresses have confirmed the existence of two distinct parts in man’s brain. One is specialized into the recognition of words the other in the recognition of faces. This last one can summon real apparitions in front of those who have the power to see faces hidden inside things. Renaissance painters hid them into landscapes. Things –trees above all- were for some illustrators like Segantini or Rackham the unlimited home of many faces. With Thierry Konarzewski a new world of faces comes to light and they are a wonderfully expressive tribe.

Anyway, one is either free to believe in these apparitions or only in what one sees: the shimmer of material or the twinkling of things. But this double posture which inhabits Thierry Konarzewski’s pictures questions our relationship with pictures. What do we see? Are we actually seeing what we are looking at? Or are we seeing something else?